cos'è un coro
Che sapore ha una ciliegia? Bella domanda! Provate ad immaginare che qualcuno vi chieda di spiegare il sapore di una ciliegia a una persona che non ne ha mai assaggiata una.

Mi hanno chiesto di scrivere che cosa è un coro e raccontarlo a chi non si è mai interessato a un gruppo come il nostro, il Coro Popolare Città di Vimercate.

Vi sono due opinioni correnti: chi pensa che siamo un’accolita di avvinazzati che bercia in qualche osteria (capita ma non è la norma) oppure, sul versante opposto, qualcosa tra il raffinato e il noioso: un paludato e colto ensemble di polifonisti dediti ai mottetti del cinquecento. Non siamo neppure questo.

E allora cosa siamo?

Siamo uno strumento, uno strumento nelle mani di un suonatore che è il maestro. Come tutti gli strumenti anche un coro può essere “suonato” bene o male, può emettere armonie o rumori stridenti; dipende dalla mano che lo suona.

In un coro amatoriale – e il nostro è un coro amatoriale dove i cantori sono dilettanti e nessuno o quasi conosce la musica – il maestro è fondamentale, è tutto. Egli deve essere un interprete “strabico” perché da un lato deve guardare alla musica che esegue e dall’altro, a volte inconciliabilmente, deve guardare allo strumento, cioè al gruppo di coristi di cui dispone, plasmandolo alle esigenze del brano che vuole eseguire ma rispettando il fluido, l’energia che il coro emana. L’insieme dei cantori ha una sua personalità che non è la somma delle singole individualità ma un “essere” che si forma magicamente attraverso la musica; il gruppo ha una sua anima, una sua spiritualità che si libra nell’aria, ha la capacità di assorbire le emozioni che il brano evoca, di elaborarle in un misterioso processo di assimilazione e restituirle, prima ancora che in forma di suono, in una vibrazione eterea fatta di sentimento, di energia spirituale pura.

Tutto ciò appartiene all’insieme delle persone, le quali formano un unico indivisibile. Ecco perché il coro è “uno” strumento, non la somma di tanti strumenti quante sono le voci che lo compongono.

Approfondiamo il concetto. Tempo fa il nostro Maestro diceva che quando sceglie un nuovo brano da proporre, egli lo “sente” in un certo modo, assecondando la sua lettura di musicista e la sua sensibilità di interprete e uomo. Poi parte la fase di studio e di insegnamento. Le note vengono dettate; ogni sezione in cui il coro è diviso (tenori, baritoni, bassi) impara la sua parte e comincia la faticosa ma stimolante ricerca della correttezza tecnica (note intonate, tempi rispettati, ritmo giusto). Non basta. Segue l’amalgama: le voci devono fondersi come in una ricetta di alta cucina: una pasta o una crema pazientemente lavorate, manipolate, mescolate per frantumare i grumi e creare la morbidezza, l’omogeneità, la pastosità necessarie.

Solo allora si ricerca l’armonia.

Le sezioni seguono ciascuna una propria linea melodica e l’intreccio delle tre, quattro, cinque, a volte più linee, porta alla sequenza di accordi che costituiscono l’armonia del canto. L’intreccio è quello di un mazzo di fiori creato dalle mani di un abile fiorista: i rametti, le foglie, i petali, i colori, apparentemente caotici e scoordinati, sviluppano un insieme armonioso, un insieme in cui è godibile il tutto così come il particolare. Avviene lo stesso per il canto. A quel punto, spiegava il nostro Maestro, si compie il prodigio. Il brano, assorbito dal coro prende anima, viene “posseduto” dal coro che lo restituisce impastato di sé: una fusione in cui cantori e brano si amalgamano e il Maestro “sente” le note in una dimensione nuova, sottilmente diversa da come all’inizio egli, musicista, aveva letto lo spartito. La musica è “entrata” nel coro, ha permeato il coro, ha imbevuto il coro. E il coro ha dato la sua impronta alla musica.

E’ un equilibrio delicato in cui il risultato migliore viene da sfumature tenui. Il brano non può e non deve essere stravolto perché l’ispirazione dell’autore deve essere rispettata. Il confine tra interpretazione personale e forzatura volgare spesso è sottile; varcarlo è scadere nel banale. Raggiungere l’equilibrio significa esaltarsi ed esaltare il canto e trasmettere all’ascoltatore l’emozione intensa che è nella testa e nel cuore di chi canta. Simbiosi perfetta tra lo “strumentista” (il maestro), lo strumento (il coro) e la musica. Vibrazione all’unisono di onde sonore e onde emotive.

Non sempre avviene, purtroppo, ma se meccanicamente questo si ricreasse sempre in un processo scontato, non ci sarebbe più arte e il “sublime” rotolerebbe nell’ordinario.

Può un coro amatoriale come il nostro raggiungere le vette dell’arte? Sì. Non sempre; forse meno di quanto vorremmo ma la risposta è sì!

Sono riuscito a spiegare che sapore ha una ciliegia? Temo di no ma nella nostra sala prove abbiamo “ciliegie”. Venite ad assaggiarle, venite a provare il canto insieme a noi. Il gusto delle ciliegie è meraviglioso e ... una tira l’altra. Non si finirebbe mai di assaporarle.

Marco Zuccari